
JAKA: Amore alla gente!
A cura di: Pier Tosi
Questo 2004 e' un anno molto importante per Jaka, un veterano
del reggae italiano che ha lasciato nel corso di questi anni tante tracce
di passione a costituire importanti tasselli della storia del reggae (e
della musica indipendente) italiano. Ai pionieristici tempi dell'esplosione
delle posse e della presa di coscienza generale della forza espressiva
del 'ragga' in italiano Jaka era gia' a Firenze a suonare ed a diffondere
con ogni mezzo la cultura del reggae: dopo parecchi anni e tanti cambiamenti
all'interno della scena, cambiamenti che hanno interessato anche il modo
di vedere e 'sentire' il reggae, Jaka e' ancora attivissimo e l'amore
nelle cose che fa e' ancora piu' importante di quanto famoso sia diventato
o quanto abbiano venduto i suoi dischi. Molti sanno gia' che oltre ad
essere un 'creatore' di musica, Jaka e' anche un deejay radiofonico, uno
studioso della storia del reggae ed un 'promotore' della nostra cultura.
Un problema rispetto alla possibilita' di reperire la sua musica era appunto
il fatto che da tante esperienze e tanti contributi non era ancora scaturito
un 'suo' lavoro lungo, qualcosa di piu' ampio respiro che lo rappresentasse.
Nel corso di circa due anni, mantenendo una gestione indipendente della
sua creativita', Jaka ha colmato questa lacuna ed e' finalmente uscito
il bellissimo 'Love to the people'. Di questo e molto di piu' Jaka ci
parla in questa intervista esclusiva registrata da Pier Tosi nel backstage
del Rototom Sunsplash 2004. Per chi considera Jaka un personaggio ancora
tutto da scoprire e' doveroso un passaggio alla sua biografia e discografia
nel suo sito ufficiale http://www.iljaka.it
D: Mi racconti un po’ la tua storia?
R: Il mio rapporto con la musica inizia all’eta’ di due mesi:
mia madre annotava sul diario di famiglia che l’unico modo per farmi
stare buono era tenere la radio accesa. In Sicilia nei primi anni ottanta
io e altri amici abbiamo sviluppato una nostra visione del reggae mescolata
al nostro dialetto, alle influenze mediterranee e all’attitudine
punk. Il reggae e’ stata una forza che ha rivoluzionato tutto il
mio essere, ha plasmato il mio stile e il mio modo di vita. I momenti
salienti sono i primi anni ottanta con la scoperta del reggae e successivamente
la fine del decennio in cui mi sono trasferito a Firenze e ho avuto modo
di incontrare Il Generale che e’ stato uno dei pionieri del raggamuffin
in italiano. Ci siamo scoperti fratelli in questa cosa, nella immediatezza
di questo stile e abbiamo iniziato a fare delle serate insieme come selecter
ed MC in cui io cantavo delle piccole cose in dialetto e stavo ai piatti
; poi abbiamo iniziato l’esperienza dei ‘ragganotiziari’
a Controradio, programmi radio in cui commentavamo i maggiori fatti di
cronaca a tempo di ragga e poi a suonare insieme nella stessa band dando
vita ad albums storici del reggae italiano come per esempio ‘Guarda
la luna e non il dito’. Il mio primo singolo ‘Raggasoldati
della parola armati’ fu una sorta di inno, e ancora oggi mi fa piacere
sentire che alcune persone da ragazzini hanno scoperto il reggae italiano
grazie a quella canzone, era un dodici pollici ed uscii a nome Il Generale
& Kote Giacalone prodotto da Madaski e sottolineava l’aspetto
positivo e non violento della forza della parola.
D: Era un periodo in cui si cercavano di legare al ragga dei
contenuti ‘italiani’ sulla realta’ che vi circondava:
dopo piu’ di dieci anni come ti pare si sia evoluto il reggae italiano
nel senso delle liriche?
R: Penso che anche incosciamente si sia fatto tesoro di quel periodo
e quell’esperienza ma e’ l’influenza della tradizione
giamaicana che permette comunque di rinnovarsi continuamente: vedo che
molti gruppi iniziano a fare questo stile in un modo molto personale,
quindi abbiamo certi contenuti tipici dei gruppi veneziani, certi contenuti
tipici dei gruppi torinesi, dei gruppi salentini…ognuno ha un tratto
suo distintivo e una sua maniera di interpretare il reggae e questo e’
quello che dobbiamo fare. Non dobbiamo scimmiottare i giamaicani ma dobbiamo
mettere la nostra esperienza nella nostra musica, che sia un’esperienza
politica, sociale, umana, amorosa…mi pare che questo stia succedendo
e potrei citarti vari esempi. Devo dire che a quei tempi a quel movimento
musicale furono appiccicate di forza alcune etichette dai media che cercavano
per forza di creare il ‘fenomeno’. Ora mi pare che ci sia
piu’ qualita’ e quantita’ ma c’e’ meno spazio
sui media, c’e’ meno visibilita’ proprio perche’
di solito i fenomeni vengono costruiti a tavolino mentre qui stiamo parlando
di una realta’ forte e consolidata. Credo che il movimento sia importante:
la scoperta del reggae ha fatto si che tantissime persone siano maturate,
abbiano scoperto qualcosa di se stesse, siano entrate in rapporto con
mondi e culture sconosciute e abbiano imparato molto su come rapportarsi
al prossimo. Non mi pare che questo sia l’aspetto che venga diffuso
dai grossi media della scena reggae.
D: Quale potrebbe essere il modo di rapportarsi con i grandi
mezzi di comunicazione senza esporsi ai rischi di ‘snaturare’
la genuinita’ del movimento reggae come successe ai tempi delle
posse?
R: Questa e’ una domanda interessante e non so se ho una risposta
pronta…Ai tempi delle posse si creo’ una aspettativa da questi
personaggi che in realta’ non esisteva. Va bene essere rivoluzionari,
ma a nessuno avrebbe fatto schifo firmare un contratto con una major e
molti poi addirittura lo fecero. Allo stato attuale non stupirebbe nessuno
se un gruppo italiano firmasse un contratto con una major: io ho fatto
il penultimo disco per la Wea con Piero Pelu’ e nessuno si e’
scandalizzato. Noi tutti vorremmo vedere i Radici Nel Cemento su major
o Raina primo in classifica con ‘Berluscone’. In realta’
non e’ la popolarita’ che uccide il movimento: il successo
e’ auspicabile, Bob Marley porto’ la voce di un popolo all’enorme
successo mondiale, eppure gli siamo ancora molto grati. L’unico
modo di essere sani e’ mantenere una certa coerenza espressiva o
musicale: se poi arriva il successo meglio ma chi se ne frega. Siamo noi
che portiamo una diversita’ che scardina questi meccanismi e non
siamo tipi da farci schiacciare. Abbiamo tanti anni di esperienza alle
spalle e non temiamo il confronto con nessuno.Credo che non bisogna stare
in un’isola di utopica purezza ma affacciarci e affrontare la realta’.
D: Il concetto globale del tuo disco ‘Love to the people’
rivela un’idea di amore globale, di rapportarsi con chi hai intorno
senza smettere mai di dare amore…
R: L’album e’ un concept ma non e’ stato pensato come
tale: ci siamo accorti alla fine che tutte le canzoni portavano all’amore…c’e’
un brano che si chiama ‘Amuri amuri’ in cui io mi interrogo
su cos’e’ questo amore. La parola ‘amore’ e’
stra-abusata, puo’ diventare un cliche’ e in questo senso
la musica pop italiana e’ disastrosa nel proporre questa trita idea
di amore romantico con l’enfasi sempre sulla passione, sull’emozione,
sull’attaccamento, una cosa che ci ha sfiniti e riduce a considerare
l’amore solo come una relazione con la fidanzata. Si e’ prodotta
una cultura che ignora l’amore come interesse o attenzione per gli
altri, il donarsi agli altri, il sacrificarci…siamo prigionieri
di una gabbia di egoismo che per noi e’ l’amore. Poi per esempio
in ‘Reggae a matina’ Luciano dice ‘…bringing love
to the people’, quindi l’amore che arriva attraverso la musica
e ci ritorna indietro dalla gente. Oppure un brano come ‘Nessun
dubbio’ dove si va oltre l’amore comunemente detto …e’
di sicuro il brano piu’ mistico dell’album e quello che sento
piu’ vicino alla mia spiritualita’.
D: Raccontami la genesi di questo tuo primo CD, che per essere
la tua opera prima come album e’ arrivata senza alcuna fretta…
R: Si, ci ho messo una quindicina di anni a farlo ma e’ stato fatto
con l’entusiasmo di un esordiente. Devo dire che c’erano parecchi
miei singoli in giro e molti mi chiedevano un album: eravamo diventati
degli eroi dell’underground senza un album che ci rappresentasse,
quindi questo momento doveva arrivare. Tra l’altro oggi fare la
musica in Italia e’ un lusso: noi siamo artisti ma siamo anche e
soprattutto padri di famiglia, persone che devono guadagnarsi da vivere
ogni giorno. Avere il tempo e lo spazio di concepire e registrare della
musica, provarla, pubblicarla e’ un grandissimo lusso : io ho dedicato
due intensi anni a fare questo CD rubando il tempo alla mia famiglia e
al mio lavoro effettivo, ho duvuto fare tutto da solo, soprattutto dal
punto di vista economico, il CD esce sulla Jnana Music che e’ la
mia etichetta personale. Io sono responsabile del progetto ma al CD hanno
lavorato tante persone di grande valore tra cui Ludus Pinski, Irie V e
Jahmento che mi hanno dato una grossa mano alla produzione e anche Ciro
Princevibe dei Michelangelo Buonarroti: loro sono i produttori italiani
principali. Ci sono tracce prodotte da Gramigna e Satta Records entrambe
di Roma e poi le collaborazioni internazionali con Luciano e Max Romeo
e il ritmo dei Seeed. Le collaborazioni non sono nate a tavolino ma come
conseguenza di rapporti ‘reali’: con Max Romeo ci siamo trovati
dopo un suo concerto a Roma negli studi della Satta e mentre andava ‘Melt
away’ mi ha sentito cantare le mie liriche in siciliano, ha voluto
che gliele traducessi e mi ha invitato a registrare la combination. Poco
tempo prima non avrei mai immaginato di trovarmi a cantare con Max Romeo
‘Melt away’. Con Luciano e’ stata una cosa simile: quando
gli ho proposto il brano “ Reggae a matina”a lui si sono illuminati
gli occhi ed abbiamo passato tutto il giorno insieme a registrarla…
D: Conoscendoti bene credo che sia un CD che rappresenta molto
te e la tua storia: come si e’ gia’ detto l’amore, lo
‘stile fiorentino’, il roots, l’amore per il reggae
non solo come musicista ma anche come promotore e deejay radiofonico,
la spinta a conoscere e confrontarti con i grandi protagonisti della musica
giamaicana…
R: E’ vero, e’ vero…nel CD ci sono tutti gli ingredienti
della storia della musica giamaicana, c’e’ persino un brano
hip hop e un ‘sapore’ quasi africaneggiante in ‘Vita
da leone’…devo dire che io amo tutta la musica, ascolto anche
musica indiana ed araba, hip hop, jazz, amo tutta la buona musica. La
cosa spontanea e’ stata mettere nei pezzi tutte le mie ispirazioni
e fare un disco variopinto…
D: Mi pare una prova anche di grande sincerita’: in diretta
in radio tu mi dicevi che non ami avere dei ‘biglietti da visita’
sonori ma io trovo che tu sia riflesso nel CD molto limpidamente…
R: E’ vero e questa cosa mi fa piacere. Credo che questa ricchezza
di ispirazione scardina l’idea di poter essere riassunto in un semplice
schema fisso in cui non mi ritrovo. Un altro dei temi del CD e’
l’identita’. Io sono siciliano ma vivo a Firenze, ho scelto
un certo nomadismo culturale e di non avere una ‘stampella’
di cultura etnica su cui appoggiarmi senza comunque rinnegare le mie origini,
anzi valorizzando le mie radici. Sei così spinto ad apprezzare
tante altre culture stimolanti… ma oggi viviamo in questa gabbia
dell’identita’,costretti a doversi riconoscere per forza in
una nazione, in un paese, in una religione, ma abbiamo tutti sotto gli
occhi dove porta questo etnocentrismo a tutti i costi…alla presunzione
e all’odio tribale.
D: Credo che questo sia il messaggio importante del reggae, come
cantano i Sud Sound System in ‘Le radici che tieni’: l’accostarti
a una cultura diversa da te rafforza anche le tue proprie radici…
R: Quello e’ fondamentale ma dobbiamo capire anche che le nostre
radici non affondano solo nella terra ma anche nel cielo…
D: L’esperienza One Drop Band e’ uno showcase alla
giamaicana con quattro differenti cantanti-autori, ma e’ anche una
bellissima esperienza di amicizia e di affiatamento…
R: Questa esperienza nasce veramente molto tempo fa da una passione enorme
da parte di tutti: credo che la forza con cui la band si esprime oggi
testimonia che la One Drop e’ una delle band piu’ forti che
c’e’ in circolazione e lo show che portiamo in giro e’
uno dei piu’ esplosivi e questo e’ merito sia dei musicisti
che dei cantanti che vengono da esperienze fondamentali del reggae italiano
ed hanno tutti una esperienza, una personalita’, un messaggio e
uno stile che basterebbe uno di loro per fare un gruppo di ottimo livello
in Italia. Siamo quasi una ‘all stars band’ ed e’ bello
vedere come il pubblico ci ama e ci supporta. Ci amano perche’ non
ci hanno conosciuto attraverso un video ma ci hanno visto sbatterci in
giro per l’Italia per quasi vent’anni.
Vibesonline.net - 2004
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