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No allo sfruttamento della cultura afrocaraibica
a cura di Rankis Nano.
Pubblicato su Vibes fanzine 1998
Mi ritrovo ad un certo punto, rinchiuso nel traffico capitolino, ad
osservare esterrefatto alcuni enormi cartelloni pubblicitari. Il colore
predominante e' il giallorossoverde, campeggia imperiosa una immagine di
Bob Marley, non riesco a leggere bene di cosa si tratta perche' subito
mi colpisce un'altra immagine della stessa grandezza di quella di Bob.
Si tratta di "quelo", si del personaggio televisivo inventato da Corrado
Guzzanti, quello di avanzi e di Pippo Kennedy. "Quelo" e' la presa in giro
dei centinaia, anzi migliaia di "curatori", "maghi", "veggenti" che tramite
il tubo catodico e non solo, "rispondono" alle domande dell'umanita'. Subito
non associo le due immagini, ma incuriosito capisco che si tratta di una
iniziativa reggae che si terra' in un posto "turistico-attrattivo" dalle
parti di Civitavecchia.
Ora, al di la' di tutti i discorsi sulla cultura come merce, al di la'
del "commercio del divertimento", cioe' dei luoghi del divertimentificio
inteso come industria, al di la' di chi ha partecipato o meno a quell'iniziativa,
la mente mi e' corsa in un istante ad una scritta tracciata con un pennarello
sul tavolo dello studio di Radio Onda Rossa a Roma. Radio che indiscutibilmente
e' stata attraversata ed ancora viene incalzata, da decine di realta' reggae.
Solo oggi nel 1998, le trasmissioni reggae settimanali sono ben quattro.
Ebbene su quel tavolo c'era scritto: "no allo sfruttamento delle culture
afro-caraibiche".
Subito il cervello va in corto circuito. Come in un film a velocita'
o in un disco a 78 giri, mi ripassano davanti quel cartellone, quella
scritta, ed infine tutte quelle locandine, manifestini, volantini delle
dance hall romane nei centri sociali, spesso in sostegno di iniziative
politiche, rivendicando le 5000 lire all'ingresso come riappropriazione
della cultura e come elemento unificanti tra "reggaettari" e non, per
un generale abbassamento dei prezzi ovunque. Un dato fondamentale e fondante
di tutta quella che potremmo definire "scena" della cultura underground.
Mi viene quindi di riflesso un ragionamento ovvio, ma che ha bisogno
di essere comunque preso in considerazione: la capacita' del mercato, dell'industria
della cultura di "tendenza", ad appropriarsi di quello che sono le scene
underground, le spinte culturali "dal basso". Non e' la prima volta che
capita, per questo uso il termine "ovvio". D'altronde la societa' in cui
viviamo si basa sul "ricatto del lavoro" sui bisogni indotti, sulla cultura
del profitto. Noi immersi nella sopravvivenza, spesso confondiamo i piani,
e spesso ci ritroviamo pur senza volerlo a compiere scelte obbligate.
Ma fino a che punto? Fino a dove spingersi? Una domanda anche questa vecchia
e forse che trova risposte altrettanto vecchie.
Spesso queste poi diventano individuali, come fossero dapprima giustificazioni
ed infine rivendicazioni. Pero' questa serie di domande e risposte se riprodotte
in maniera piu' collettiva spesso hanno portato ad altri risultati, se
volete piu' difficili da raggiungere, ma sicuramente piu' "liberatori",
per usare una frase spesso usata proprio nel Pippo Kennedy Show. Il dilemma
e' usare o essere usati. Sta' di fatto comunque che l'esperienza del reggae
in Italia, almeno per una sua grandissima parte, ha di fatto dimostrato
la possibilita' di nascita, vita e sviluppo, cercando di rimanere ancorato
a quello che e' il suo piu' congeniale luogo di appartenenza e quindi capace
di vivere di un contesto e generare contesti.
Il fatto che una dance hall si tenga in un centro sociale non e' solo
capacita organizzativa della singola crew o della bravura di tal centro
sociale, ma capacita' e possibilita' rinnovabili, riproponibili, estendibili.
Il dato che ad una dance hall in un centro sociale il passaggio di gente
sia (innanzitutto molto spesso maggiore che nei divertimentifici) variegato
e' fondamentale. Cioe', spesso chi viene ad una dance in un centro sociale
viene per piu' motivi. Appartenenza ad un area politica ben definita, (
si intende come stile di vita) interesse per la finalita' dell'iniziativa,
necessita' di avere e vivere di luoghi "diversi" aperti e liberi, la musica
reggae, la socialita'. Questi non sono in ordine di apparizione, ma sono
in contatto tra loro anche se non si toccano per tutti. Quindi possiamo
arrivare a dedurre che una dance hall in un centro sociale diviene gia'
di per se rivendicazione di una possibilita' culturale di autodeterminazione,
di scelta libera, di cultura paritaria. Tutto cio' senza calcolare il piacevole
stimolo della contaminazione dell'uno e dell'altro motivo.
Ora per ritornare al nostro discorso, e' importante saper vedere quando
e dove comunicare e soprattutto cosa e' necessario per il mantenimento
in vita di tali contesti. Non credo affatto che un buon musicista reggae
un grande comunicatore, per esempio come Bob Marley, possa avere cosi
tante cose da dire senza che il popolo rasta (contesto) si esprimesse
al di la' di Bob Marley stesso. 100.000 persone allo stadio san Siro di
Milano per il concerto di Bob Marley, nel 1980, non erano certo rasta,
ma era proprio lo stimolo della contaminazione che li caratterizzava.
La contaminazione delle diverse forme di liberazione. Il piacere e' senza
frontiere e senza barriere. D'altronde se in questa societa' il ricatto
del lavoro e' il collante per il suicidio dell'umanita', il piacere e' il
suo maggiore antagonista. Per questo il boss dice "l'industria della cultura".
Perche' dopo il ricatto del lavoro (produzione) e' necessario trovare un
luogo, o piu' luoghi in cui si scateni il piacere (riproduzione) e la necessita'.
La difesa delle scene underground dall'intrusione culturale dell'industria
della cultura, e' l'unico antidoto affinche' le stesse scene continuino
a vivere. E' proprio la gente che viene nei centri sociali che permette
al reggae di vivere in questo modo. E' proprio la scelta dei protagonisti
del reggae a vivere certi luoghi che permette al contesto di sopravvivere.
L'Italia proprio grazie a questa esperienza, a questo continuo scambio
rinnova per tutti il piacere della partecipazione e non dello spettacolo.
In Inghilterra il concerto piu' bello che io abbia mai visto costava
12 pound (30.000). C'erano i Twinkle Brothers, Macka B, Earl 16, Misty
in Roots, Abacush, Sis rasheeda, numerosissimi altri singers e gruppi,
oltre a decine di gruppi nayabinghi armati di tamburi, e poeti rastafari.
Alla fine anche la chicca, Lee Scratch Perry che ha fatto numerosissimi
pezzi di Bob Marley. Era una serata in memoria di una sister (Sis D) morta
in Africa di malaria durante un viaggio della comunita' rastafari di Londra,
per la costruzione di una scuola e di alcune case comuni in alcuni villaggi
in Etiopia. Un atmosfera incredibile, entusiasmante, il palco benedetto
da alcuni rasta prima del concerto, centinaia di persone bianche e nere
accorse in memoria di Sis D e per contribuire al progetto della comunita'
rasta di Londra in Africa. Forse il piu' bel concerto della mia vita per
amore ed intensita' energetica nell'aria.
Ora sta' qui la differenza. Generare differenza, staccarsi dalle logiche
di mercato, alimentare contesti. Rileggendo quel cartellone con Bob Marley
e "Quelo" trovo i nomi di numerosi gruppi e sound di mia strettissima
conoscenza, fratelli di viaggio. Ho immaginato: "ci sara' da divertirsi,
come minimo gli occupano il palco, sputano in faccia a Babilonia, si rubano
tutti i microfoni, e regalano ganja dal palco alla faccia dei caramba...."
ed invece niente.
Ecco, credo che sta' proprio qui il punto. Usare od essere usati. Riflessione
questa che regalo a tutti\e quelli che si approcciano al reggae, ma anche
ai protagonisti. "No allo sfruttamento della cultura afro-caraibica" risulta
a questo punto come "no allo sfruttamento della cultura dal basso". Fino
a che abbiamo luoghi, spazi, possibilita' non limitiamoci a sfruttarle,
ma generiamone delle altre. Dalle radiazioni di Babilonia ci si puo' difendere
attaccando il virus delle sottrazioni, dell'unita', della collaborazione,
della possibilita' umana di costruire libere scelte.
Vibesonline.net - 1998
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